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Combattere la guerra con l’amore

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Sreepriya Rohit ha conseguito la laurea presso l’Amrita Vishwa Vidyapeetham in Tecnologia applicata alla scienza dei computer e ingegneria. Lei e suo marito Rohit Kartha, vivono a Monaco in Germania. Entrambi hanno preso ferie per fare volontariato con Embracing the World presso il punto di prima accoglienza per rifugiati situato presso Budomierz al confine fra la Polonia e l’Ucraina.

https://youtu.be/DwUW67DnLEc

Per la prima volta in vita mia ho l’opportunità di vedere la guerra così da vicino. A dire il vero, era una delle dure realtà della vita che speravo non esistessero. Il 4 marzo Rohit ed io siamo partiti per la frontiera polacca.  

Swami Shubamritananda Puri, che coordina gli aiuti umanitari di Embracing the World in Europa, ci ha chiamato per aggiornarci sulla situazione. Prima di sentirlo pensavo ci fossero al massimo 40 studenti indiani in una stanza di albergo in Polonia, che erano passati attraverso qualche esperienza traumatica, e avevano bisogno di parlare con qualcuno.  Il compito mi sembrava fattibile anche se non avevo mai fatto nulla del genere prima. Trovammo un volo il giorno seguente, partendo per la nostra missione. Il nostro contatto in Polonia, Marcin Krol, ci messaggiò che avrebbe mandato qualcuno a prenderci all’aeroporto.  Dall’aeroporto di Cracovia la frontiera ucraina dista 3 ore di auto circa. Una volta usciti dall’autostrada, abbiamo proseguito un lungo tratto di strada di campagna fiancheggiata da case. Piano piano le case presero a diminuire fino a che diventò tutto vuoto, una terra senza uomini nel mezzo del nulla.  Quando infine arrivammo presso il nostro alloggio, Marcin ci ha accolto con un evidente senso di sollievo. Ringraziava Amma di continuo per averci inviati lì. Ci accompagnò nella nostra stanza nella piccola guest house che aveva una cucina condivisa con vari accessi.  Due bambini stavano giocando mentre la loro madre preparava da mangiare in cucina. Marcin ci spiegò che erano ucraini arrivati dalla frontiera due giorni prima. Il padrone di casa era un uomo gentile che dava un tetto a tutti i rifugiati che ne avevano bisogno. Chiesi a Marcin dove si trovavano gli studenti indiani. Mi disse che si prevedeva che molti di loro sarebbero arrivati presto alla frontiera, appena a 2 km dalla guest house. A quel punto realizzai che il nostro compito non sarebbe stato solo quello di parlare con alcuni studenti, ma qualcosa di ben più impegnativo.

Giunti alla frontiera, scoprimmo che c’erano molte tende bianche affollate di donne, bambini e anziani. Chiunque attraversa la frontiera attende nelle tende che gli venga trovato un alloggio o che gli venga organizzato il viaggio fino alla rispettiva destinazione. Vengono messi a disposizione zuppa calda e sandwich. Una tenda fornisce pronto soccorso e medicine. Un’altra è colma di vestiti. Le tende sono riscaldate e piene di gente seduta su panche di legno che si riscalda dal gelo esterno.  

Marcin ci portò al punto di accoglienza che si trovava a circa 700 m da lì. Mentre camminavamo vedevamo gruppi di rifugiati accompagnati dal checkpoint alle tende. C’erano meno 5 gradi di temperatura alle 9 di sera. Una signora anziana, a pochi metri da noi, faceva fatica a portare i suoi bagagli. Dopo alcuni tentativi, esausta, li appoggiò a terra. Mentre guardava le sue cose, dai suoi occhi traspariva il totale sconforto. Marcin immediatamente le parlò in ucraino, le prese le borse e la accompagnò al campo. La vedevo seguire lentamente Marcin. Sicuramente aveva più di 70 anni. Le due grandi borse dovevano contenere tutte le sue cose di valore e nessuno era andato a prenderla alla frontiera. Mi domandai: “Dove andrà dopo il campo? Ce la farà tutta sola?”  Molte domande simili iniziarono ad affiorare alla mia mente. E iniziammo a vedere sempre più persone anziane con i loro bagagli, Non parlavano ucraino, ma offrivamo loro il nostro aiuto, a gesti. Mio marito ed io non avevamo una giacca da volontari e due indiani mi fecero capire a gesti che per i gruppi di rifugiati appena fuggiti dalla zona di guerra questa cosa non era buona poiché le persone avevano paura e non si fidavano di noi. Vedendo la nostra situazione, due volontari indiani si avvicinarono dicendo: “Naattilevidunna? Malayalikalaanalle?”. Chiedevano in malayalam, la mia lingua madre, se eravamo del Kerala. Annuii con un gran sorriso. I volontari ci spiegarono nel dettaglio che cosa era accaduto negli ultimi giorni alla frontiera.  

Una notte incontrammo una donna sui cinquanta anni. Era in attesa che i suoi genitori attraversassero la frontiera e il sguardo trasmetteva preoccupazione e ansia. Provammo a calmarla, offrendole caffè e intavolando una conversazione. Non parlava inglese, e Marcin si mise a tradurre per noi.  I suoi genitori erano di Donetsk, una delle regioni più a est, colpite dall’invasione russa. La loro casa era stata completamente distrutta dalle bombe, ma erano riusciti a fuggire un giorno prima portando con sé i loro beni primari. La madre aveva 72 anni e il padre 76. Ogni volta che lei li sentiva per aggiornamenti sulla fuga, questi scoppiavano a piangere a dirotto, ed erano in viaggio da una settimana. Due giorni di treno e due di autobus, con alcune pause lungo il tragitto.  Alla fine i genitori erano arrivati alla frontiera di Budomierz, ma erano lì già da 5 ore. Attendevano che venissero sbrigate le pratiche burocratiche. Non c’erano parole per placare lo stress e l’ansia della donna in quel momento. L’abbiamo aiutata a sedersi un po’ nella nostra tenda, ma di continuo si alzava, mettendosi a guardare verso il checkpoint, intensamente verso l’ingresso del checkpoint, senza battere ciglio.  

C’era un’altra madre che attendeva le sue due figlie bloccate dal lato ucraino. La donna sembrava ricca e sofisticata, era venuta in Polonia per lavoro. Si aspettava un viaggio piacevole quando era arrivata, e immaginava che le due ragazze avrebbero attraversato la frontiera rapidamente. E invece stava aspettando da più di sette ore.  Era in contatto con le ragazze via telefono, e pare che patissero il freddo. Suggerii che una facesse la fila e che l’altra andasse a riscaldarsi. Ma erano troppo spaventate per separarsi, e dicevano di non avere altra scelta che restare ad aspettare al freddo.  

Ci sono così tante storie come questa. Per noi volontari è stata un’esperienza indimenticabile quella di vedere famiglie riunirsi alla frontiera, abbracciarsi piangendo.  

Un’altra sera una donna africana aveva attraversato la frontiera ed era arrivata al nostro punto accoglienza. Portava con sé tre bambini. Le abbiamo offerto sorridendo del caffè e del cioccolato e frutta per i bambini. Abbiamo cercato di metterla a suo agio domandandole come stava. Con un senso di sollievo in viso ci disse: “Apprezzo molto quello che state facendo. Non potete immaginare lo stress che abbiamo dovuto sopportare prima di raggiungere questo punto di accoglienza e sentirci al sicuro. Sono di Kharkiv. C’era solo il rumore di bombe e proiettili da giorni. Mio figlio è ancora spaventato, da qualsiasi cosa, anche piccola, che cada a terra. È da tanto che nessuno mi chiedeva se stessi bene, come avete fatto voi. È importante. Grazie di cuore”. Mi ricordai delle parole di Amma: “Un sorriso gentile, una parola di conforto e una piccola gentilezza possono già aiutare molto”.  Quando se ne andò aveva le lacrime agli occhi e ho ringraziato Amma per averci dato questa grande opportunità semplicemente di essere lì strumenti nelle sue mani. È incredibile vedere come l’amore di Amma raggiunga migliaia di persone attraverso molteplici vie.  

Amma seguiva quotidianamente le attività di volontariato e l’evolversi della situazione, tramite Swami Shubamritananda. I nostri sforzi di volontari non avrebbero avuto tanto successo senza la supervisione di Amma.  

I primi giorni, avevamo a disposizione poco cibo nei campi. In quanto vegetariani non mangiavamo la zuppa di carne. Sopravvivevamo a pane, burro e qualche tazza di noodles. Il clima era rigido. Il nostro orario era dalle 9 del mattino alle 9 di sera anche se alcune volte si andava oltre, e rimanevamo in piedi nelle tende per la maggior parte del tempo. Venendo dal Kerala, ho trovato personalmente piuttosto difficoltoso resistere. I primi tre giorni non abbiamo nemmeno mangiato. Tuttavia, percepivo forte la presenza di Amma nel nostro punto di accoglienza e sono riuscita a gestire la situazione senza sforzo. Mi concentravo sul ricordo di Amma che dona il darshan lungo notti intere, offrendo sorrisi e parole di conforto alle persone che vengono col cuore bisognoso. Sono sicura che questa è l’ispirazione che sostiene tutti i volontari che si impegnano in questa iniziativa. Quando ci sentiamo stanchi, l’amore di Amma e la sua energia sgorgano in noi da qualche parte, riempiendoci di entusiasmo e forza e questo ci fa andare avanti. Inoltre, lei ci dà costantemente indicazioni e suggerimenti su come migliorare il servizio. 

Dopo nove giorni alla frontiera Rohit ed io abbiamo dovuto fare ritorno al lavoro in treno in Germania. L’impatto di questa esperienza è stato qualcosa che non avevo immaginato. La guerra è l’apice delle manifestazioni dell’egoismo umano — una costante ricerca del controllo e della supremazia. Non ci sono parole per descrivere gli effetti collaterali di devastazione che comporta per le persone. Quando chiudo gli occhi vedo ancora i volti di coppie di anziani camminare sotto il peso dei loro bagagli, madri e bambini senza padri, bambini esausti. Tutti in fuga dalla frontiera, letteralmente scappati per salvarsi la vita, in cerca di un rifugio sicuro.  Sebbene questo sia un ricordo doloroso, mi fa sentire estremamente grata per tutto quello che la vita mi ha donato. Ho una casa in cui dormire, cibo da mangiare, amici e una famiglia che amo.  

Che l’umanità possa trovare la forza e il coraggio per superare questi tempi bui, attraverso l’aiuto reciproco. Che possa giungere una fine per questa forma di arroganza dell’egoismo umano. Che l’amore di Amma porti sollievo ai cuori dolenti, donando loro la forza di andare oltre.